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Sagan e Valverde, passaggio di consegne tra giganti

C’è soltanto da applaudire. Perchè, per quanto selettivo, il percorso di Innsbruck ha messo in luce il concentrato di forza e intelligenza, che all’età di 38 anni ha consentito a un corridore esperto e scaltro qual è Alejandro Valverde, di assaporare la giornata più bella e intensa di una carriera  già costellata di successi prestigiosi. A dimostrazione di una versatilità e di una continuità di rendimento che rendono unico il corridore murciano, da oggi passato a pieno titolo nella leggenda.Per certi versi e in lunga parte, al di là degli annunci e a quanto le prove delle ragazze, degli juoniores e degli under 23 avessero lasciato intendere, la corsa si è sviluppata attraverso una costante monotonia, tale da renderla alquanto noiosa per più di 200 chilometri. Il fatto che il percorso esigente potesse, col passare dei chilometri, far affiorare stanchezza nelle gambe degli atleti, aveva indotto un po’ tutti alla prudenza. Anche perché lo spauracchio del Gramartboden posto ad appena 8.800 metri dal traguardo, era chiaro che alla fine avrebbe potuto rappresentare il giudice supremo della sfida iridata, ed era lì che le gambe avrebbero dovuto girare. Motivo per cui, la competizione si è trascinata stanca fino all’ultimo passaggio dalla città tirolese, prima dell’arrivo. Quando è transitato da solo il danese Valgren e alle sue spalle si è presentato un gruppo folto di circa 30 unità, a inseguire con un gap di circa 30”. Non che fino ad allora si potesse parlare di monotonia assoluta, sicuramente però, all’agonismo si era sostituita una sorta di gara a eliminazione dove, con il passare dei chilometri, avevano alzavato bandiera bianca corridori di calibro quali Peter Sagan, Daniel Martin, Woet Poels, Bob Jungles, Simon Yates e Michal Kwiatkowski.Particolarmente pimpanti gli azzurri, forse troppo. A mano a mano che si andava avvicinando l’inevitabile resa dei conti, ecco la nostra Nazionale assumere le posizione di testa. Imprimendo un ritmo ancora più sostenuto. Un atteggiamento discutibile, dal momento che poi, salvo Gianni Moscon, nessuno ha dimostrato di possedere le gambe per fare la differenza. L’ordine d’arrivo parla chiaro: 5° posto per il trentino della Val di Non, e poi scorrendo, 21° Pozzovivo a 1’21”, 40° De Marchi a 5’05” e 49° Nibali a 6’02”. Valeva la pena allora di creare scompiglio per poi essere respinti dallo scompiglio stesso? Forse nelle intenzioni del C.T. Cassani c’era l’idea di giocare d’anticipo, cercando magari nel corso dell’ultima tornata, di portare via un gruppo di attaccanti con dentro qualcuno dei nostri corridori più rappresentativi. Con l’intento di evitare il rischio, tergiversando nell’attesa, di preparare le condizioni ideali a scattisti quali Alaphippe e Valverde, che avrebbero potuto fare la differenza sul temutissimo strappo di Gramartboden.
Nulla di tutto questo, purtroppo. Le Nazionali della Francia e dell’Olanda erano presenti massicciamente come numero di atleti, la nostra purtroppo li aveva consumati in quell’azione preventiva e nessuno, tra Nibali e Pozzovivo, stavano godendo a quel punto della gamba giusta. Non restava altro che affidare a Gianni Moscon le speranze azzurre, a patto che il trentino potesse superare indenne lo strappo dalle pendenze inverosimili.Il nostro portacolori è stato bravo a tenere per lunghi tratti il passo di uno scatenato Michael Woods che si era portato dietro anche Romain Bardet e Alejandro Valverde. Sul finale però, l’acido lattico si è fatto sentire e i 10 metri di distacco accusati nei pressi del culmine dell’asperità, sono diventati in breve tempo un gap incolmabile. Tanto che da dietro, Moscon è stato raggiunto e superato da Tom Dumoulin. Un corridore capace di gestirsi come pochi, nei tratti più duri. Tanto è vero che il formidabile passista olandese ce l’ha fatta a rientrare sui tre battistrada; in tempo per vedersi assegnare lo stesso tempo del vincitore, ma non per conquistare il podio. Troppe erano le energie spese nell’inseguimento, per poter ambire a svolgere una buona volata.Per Alejandro Valverde si è profilata così l’ennesima occasione, forse l’ultima, che il destino gli ha messo a disposizone per coronare le sue ambizioni arcobaleno. Lo spagnolo non è partito nella posizione ideale per affrontare lo sprint. Assumendo la posizione di testa, ha permesso agli avversari di controllare. Rischiando lui stesso, nel voltarsi indietro, di reagire con qualche secondo di ritardo. La superiorità del murciano però – e questa volta anche la determinazione –, non ha lasciato scampo a nessuno. Quel titolo tanto ambito e tanto atteso, che un po’ tutti in gruppo andavano pensando gli spettasse di diritto, a coronamento di una formidabile carriera, questa volta non poteva sfuggire. E così è stato.Quello che è venuto dopo è il podio. La delusione di Romain Bardet che invece, imparando da Valverde, dovrebbe essere felice per l’ottimo risultato raggiunto. Nella consapevolezza di essere cresciuto moltissimo in questa stagione, come corridore di gare in linea. Ma soprattutto, sempre in tema di podio, c’è da registrare il toccante e significativo gesto di Peter Sagan. La caparbietà con la quale il campione uscente è voluto essere lui, di persona, ad assegnare la medaglia d’oro al neo campione del mondo. Un passaggio di consegne al quale ha fatto seguito un abbraccio sincero che ha unito i due giganti. Personalità non comuni, legate tra di loro dal compimento della realizzazione del sogno iridato.

ordine d’arrivo

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