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Peter Sagan, un tris per la storia

Peter Sagan, un tris per la storia

Alla fine del Mondiale di Bergen resta il risultato storico ottenuto dal vincitore Peter Sagan. Se già di per sè, aggiudicarsi la maglia iridata per tre volte significa lanciarsi in un contesto ristretto di formidabili campioni che possono fregiarsi di tale impresa (Alfredo Binda, Rik Van Steenbergen Stembergeen, Eddy Merckx e Oscar Freire), avere realizzato un tris consecutivo di successi iridati, è qualcosa di strabiliante di cui finora nessuno era stato capace. Richmond, Doha e infine Bergen. Tre mondiali nel segno di Peter Sagan.
Che fosse un corridore e un personaggio sui generis, il fuoriclasse slovacco, lo si era capito subito. Dalle prime pedalate tra i professionisti. Ma, com’è capace spesso di gettare alle ortiche affermazioni che sembrano ormai a portato di mano, Peter Sagan riesce anche, con impavida semplicità, a gestire il ruolo di grande favorito. Nascondendosi fino alle ultime battute tra le pieghe del gruppo. Incurante di ciò che succede in corsa. Come se già conoscesse il canovaccio di una romanzo destinato a riservargli gloria esclusiva. Il tutto, consumato a spese del padrone di casa Alexander Kristoff. Partito con la determinazione di emulare quelle che furono le gesta dello slovacco nella scorsa stagione. Quando al titolo europeo, seppe abbinare un mese e mezzo dopo, anche il titolo iridato.
Tutta qui la storia di una corsa che si è protratta stancamente lungo i 276,5 Km del percorso, e che si è scaldata esclusivamente nell’ultimo giro. Una storia che ha visto il trionfo di un corridore nella cui Nazionale non sono presenti formidabili compagni, in grado di pianificare strategie preventive. Destinato di conseguenza, ad agire da solo nei momenti topici della corsa. Abbinando l’istinto, al lucido raziocinio. Senza lasciarsi travolgere dal pathos dell’attesa. Così come solo Sagan sa fare. “Corro per divertirmi, la vittoria deve essere la conseguenza di tale filosofia” – ha avuto modo di ripetere più volte nel corso della sua ancora breve, ma intensa carriera. Senza filtri e senza rete, ma sempre schietto e sincero. Come quando, a caldo, pochi istanti dopo il conseguimento del suo fantastico tris, rivolge il pensiero a Michele Scarponi. Sottolineando l’ottimo rapporto, professionale e umano, che lo legava al collega marchigiano. Avendo tra l’altro ben chiaro in mente, che proprio domani (25 settembre), Michele avrebbe festeggiato il suo 38° compleanno. Un personaggio unico nel suo genere, Peter Sagan. Al di là delle logiche comparative, per i tanti successi conseguiti.
Un grande vincitore per un percorso che, soprattutto alla luce di quanto si è visto tra i professionisti, si è dimostrato molto suggestivo sotto il profilo paesaggistico, ma alquanto monotono sotto il profilo tecnico e agonistico. Anche se, la presenza dell’asperità di Salmon Hill non era assolutamente una circostanza da trascurare, ed avrebbe potuto incidere maggiormente sulla corsa, nel caso essa fosse stata posta più a ridosso del traguardo. La conferma di tale ipotesi si è avuta con l’attacco deciso (ed anche pianificato e addirittura dichiarato) portato da Julian Alaphilippe nel corso dell’ultima tornata. Eccezionale anche il gesto atletico del nostro Gianni Moscon, l’unico in grado di portarsi sulla ruota del transalpino. Tutto si è risolto però nell’arco di un’effimera e in parte equivoca, illusione. Aggravata da una scellerata gestione delle immagini televisive, con il black-out totale che ha oscurato gli ultimi 3 Km. Dal momento in cui i due battistrada stavano attraversando il tratto in pavè e il francese si stava producendo in un allungo del quale faceva le spese un esausto Gianni Moscon. Il trentino ha poi criticato l’atteggiamento del compagno di viaggio che, secondo lui, privandosi della sua presenza, aveva favorito il ricongiungimento del gruppo. Opinione discutibile, se a fronte del gruppo inseguitore che sta rinvenendo a forte andatura, decidi da fuggitivo, di calare il ritmo per non staccare chi ti sta accanto. Momenti critici nei quali c’è da badare solo ed esclusivamente a pedalare e dove gli attendismi trovano poco spazio.
C’è da tenere conto poi, di quella che è stata successivamente la decisione della giuria, che ha sentenziato di cancellare Moscon dall’ordine d’arrivo. Reo di essersi fatto accompagnare per alcuni tratti dall’ammiraglia, per annullare il ritardo conseguito a seguito di una caduta. Sui social si sta rincorrendo la domanda: “e se Moscon avesse vinto?”. Si sarebbe assistito inevitabilmente a un imbarazzante declassamento che avrebbe gettato ancora più nell’imbarazzo la nostra Nazionale. Una Nazionale che ha saputo tener fede alle proprie strategie. Cassani ha saputo muovere i suoi ragazzi così come si era prefissato. Diverse punte per diverse soluzioni. Con Matteo Trentin da privilegiare nel finale, in caso di ipotetico arrivo di un gruppo a ranghi ristretti. Qualcosa di più era forse lecito attendere da Sonny Colbrelli ed Elia Viviani. Il bresciano ha sempre dimostrato di non temere strappi più o meno impegnativi, posti nel finale; in grado di scremare il contesto dei contendenti. La Collina dei Salmoni gli è stata un po’ indigesta; tale da annullare le proprie ambizioni. Per Viviani invece, c’è da dire che la condizione non è più quella di agosto e che poteva essere ipotizzabile che all’ultimo giro avrebbe potuto lasciarci le penne. Per cui, davanti a un verdetto storico e potendoci finalmente affidare nel 2018 a un percorso esigente e impegnativo, come sembra essere quello tirolese di Innsbruck, che scenda pure il sipario su un’edizione della prova iridata che oltre a un palcoscenico incantevole, ha offerto sempre una grande affluenza di pubblico. Un pubblico in gran parte autoctono, che ha visto il proprio connazionale Alexander Kristoff stringere tra le mani la medaglia d’argento. Lasciando quella dal metallo più prezioso a chi a tutti gli effetti può fregiarsi più di ogni altro del titolo di “number one”.

l’ordine d’arrivo completo della prova iridata 2017 dei professionisti (Bergen)

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