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L’ultima di Alberto, la prima di Chris

L’ultimo colpo di revolver. Un revolver che di colpi ne ha sparati tanti nella lunga e prestigiosa carriera di Alberto Contador. Circostanza suggestiva pertanto, che la cartuccia che sancisce l’epilogo della storia agonistica di uno dei più grandi campioni del ciclismo, abbia goduto di un palcoscenico particolare come l’Alto de l’Angliru. Una delle salite più leggendarie della Penisola Iberica, che ha scritto le più belle pagine della Vuelta degli ultimi vent’anni.Nessuno ha inteso regalare nulla al fuoriclasse di Pinto in questa sua ultima cavalcata verso la gloria. Nè il leader Chris Froome che, approfittando della splendida condizione del compagno di squadra Wout Poels, nel corso degli ultimi 3000 metri ha lasciato i compagni di viaggio che, Contador a parte, erano un po’ tutti i suoi principali contendenti della classifica generale (mancavano Aru e Lopez che staccati, inseguivano più indietro), per gettarsi in coppia all’inseguimento dello scatenato spagnolo. Colui che alla fine, si è dimostrato fra tutti il più determinato nel lanciare attacchi insidiosi. Anche a lunga gittata. Fortuna per Froome se la prima della lunga serie di tappe di montagna proposte dalla Vuelta numero 72, la terza frazione nella quale nel finale è stata affrontata l’ascesa verso il Principato di Andorra e che ha visto il successo di Vincenzo Nibali, Contador ha dovuto concedere 2’33” al gruppo dei migliori. Un ritardo che lo ha costretto a proiettarsi in una rincorsa che non lasciava spazio a quel punto, a calcoli e programmazioni. E lui, ha giocato d’istinto. Facendo leva sull’orgoglio, per cercare attraverso l’imponderabile e l’estemporaneo, di far saltare i giochi. E’ stata questa la logica di corsa, adottata da allora in poi da Alberto Contador.In un momento molto delicato della sua storia agonistica, nel quale, nella consapevolezza che i periodi migliori se ne stavano andando, ha ritenuto scelta razionale e ponderata anticipare il suo addio in coincidenza con la fine della corsa a tappe spagnola più importante che lui, grazie anche a una sfrenata fantasia e un coraggio che nella storia del grande ciclismo trova pochi eguali, è riuscito a far sua per tre volte. Lo stesso numero di successi che stando ai risultati espressi sul terreno nel quale le sfide si sono consumate, ha ottenuto anche al Tour de France e al Giro d’Italia. Ridotti a due in entrambe le competizioni, a seguito di sentenze beffarde e retroattive con le quali valutando in chiave esclusivamente ipotetica, sono estate emesse condanne con giudizi che hanno tenuto conto di microscopiche unità di misura, che nemmeno i bilancini dei farmacisti sono in grado di rilevare.Mancherà tanto il campione spagnolo. Un campione che, rischiando anche di suscitare il disappunto o le critiche di molti per tale giudizio, può essere ritenuto il più forte scalatore degli ultimi 50 anni. Grazie anche alla sua spiccata polivalenza, da ritenere al di sopra dei vari Pantani, Fuente, Van Impe e Bahamontes. Lasciando ovviamente da parte, mostri sacri quali Merckx e Hinault. Mancherà il suo coraggio, la sua determinazione ad ascoltare più il cuore che il cardiofrequenzimetro. Il suo non adattarsi a un risultato, anche se questo può sembrare orma già acquisito e irreversibile. Come successe in occasione della 17a tappa, alla Vuelta di 5 anni fa. Quando, su una salita in apparenza insignificante, decise di sferrare l’attacco al leader della generale Purito Rodriguez. Il corridore catalano perse il primato e quattro giorni più tardi nell’apoteosi di Madrid, dovette accontentarsi del gradino più basso del podio. Dove venne preceduto dal trionfatore Contador e dall’altro intramontabile Alejandro Valverde.Classe e determinazione. Un mix di doti che non possiamo non attribuire anche a Chris Froome, ormai trionfatore imminente della Vuelta 2017. Un’organizzazione quella del team Sky, che spesso fa storcere la bocca ai cultori e anche ai semplici appassionati dello sport delle due ruote. Abituati ad apprezzare più i gesti istintivi, che accettare pedalatori con gli occhi e la testa rivolti ai ritmi di pedalata, piuttosto che al comportamento degli avversari. Froome però, e questo deve essere sottolineato, non è un corridore che si sottrae dal tentare l’attacco. È molto attento ad eseguire l’azione al momento giusto, quando è consapevole e sicuro di essere in grado di fare male. Non è certamente un campione alla Indurain. Capace di dispensare sorrisi e lasciare vittorie agli avversari. Sempre alla ricerca, con la massima signorilità e cortesia, di giocare al meglio la carta della diplomazia. Froome è educato e per certi versi anche paziente. Quando ritiene però che in corsa sia arrivato il suo momento, non ce n’ha per nessuno. E forse anche oggi, se avesse avuto la forza di recuperare quei 17 secondi che ha concesso al vincitore Contador, si sarebbe anche potuto assistere a un epilogo diverso. Senza troppe cortesie e timori reverenziali. Anche se, volendo concedersi al romanticismo, è giusto che sia finita così. Contador chiude con onore una bellissima storia condensata da vicende umane e straordinari risultati sportivi. Chris Froome, inserisce finalmente nel suo palmares un’altra grande gara a tappe, al di fuori del Tour de France. Speriamo che questo risultato possa indurlo a provarci, già dal prossimo anno, con la nostra corsa rosa.

 le classifiche:

l’ordine d’arrivo
la classifica generale
la classifica a punti
la classifica degli scalatori
la classifica a squadre

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