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Il tris di Viviani attenua le amarezze azzurre

Tra le tre Grandi Gare a tappe, sicuramente la Vuelta è quella che tra tutte fa il meno possibile per attirarsi le simpatie dei velocisti. Percorsi impegnativi, numerosi arrivi in salita, e anche le frazioni che sulla carta sembrano essere meno insidiose da un punto di vista altimetrico, rischiano sempre di nascondere trabocchetti che, per un motivo o per l’altro, finiscono molto spesso col proporre soluzioni diverse da un arrivo a ranghi compatti.
L’ultima tappa dell’edizione 2018, che ha riproposto il solito carosello nel centro di Madrid, non poteva sfuggire alle ruote veloci, che fino ad allora potevano vantare un bottino assai magro, quanto a occasioni sfruttate. Soltanto 3, dalle quali erano scaturiti 2 successi di tappa per Elia Viviani e 1 per l’inquieto Nacer Bouhanni.
L’opportunità proposta dall’epilogo di Madrid sembrava fatta apposta per ispirare le velleità del campione del mondo Peter Sagan. Ancora all’asciutto quanto a vittorie di tappa, ma apparso in crescendo di condizione, dopo che si era presentato alla partenza da Malaga, ancora alle prese con i postumi della caduta rimediata negli ultimi giorni della Grande Boucle.
Un’opportunità che è sembrato concretizzarsi quando si è notato chiaramente la mancanza di sincronia tra Viviani e i suoi piloti Sabatini e Morkov, nel preparare lo sprint. Il campione italiano ha preferito marcare la ruota del fuoriclasse slovacco, anche a costo di venire dirottato dalla scia dei suoi uomini. Situazione che lo ha costretto ad impostare la volata, recuperando posizione su posizione.
Nessun problema, però. Mai come quest’anno lo sprinter veronese può contare sul mix vincente di esplosività di potenza e determinazione. Un miscela nella quale entra anche la serenità di sentirsi come non mai, la fiducia del suo team e dei suoi compagni gravitargli addosso. Una volata difficile, affrontata in rimonta, nella quale però si è saputo imporre in modo perentorio. Relegando nettamente alle sue spalle, Peter Sagan e Giacomo Nizzolo e congedandosi da questa Vuelta con il bottino di tre successi. Nessuno, come lui.
Quanto al vincitore della corsa, il britannico Simon Yates e i giovani colleghi che sono andati a fargli compagnia sugli altri due gradini del podio, lo spagnolo Mas e il colombiano Lopez, c’è da ribadire la tendenza di come la corsa a tappe spagnola abbia messo in luce un vero e proprio cambio generazionale. Dopo che sia il Giro che il Tour, avevano premiato corridori esperti quali Froome e Thomas.
Un cambio generazionale che tarda invece ad arrivare per i nostri colori. Una prestazione deficitaria, ma ampiamente giustificata per Vincenzo Nibali. Mentre l’altro corridore in grado di vantare un palmarès interessante nelle gare a tappe, quel Fabio Aru che proprio a Madrid festeggiò l’ultimo successo italiano alla Vuelta, ormai già 3 anni fa, pur riconoscendogli il merito di avere concluso la corsa, si deve in tutta onestà analizzare quanto il suo rendimento sia stato nettamente al di sotto delle aspettative. Proseguendo purtroppo su quella linea di criticità che lo aveva costretto al ritiro all’ultima corsa rosa. 23° è stato il piazzamento conseguito dal corridore sardo in classifica generale, a oltre un’ora di ritardo da Simon Yates. Meglio di lui, tra i corridori italiani, con un gap contenuto entro i 60 minuti, hanno saputo fare Davide Formolo (22° a 57’29”) e Gianluca Brambilla (16° a mezz’ora spaccata dalla maglia roja).
Lasciamo Madrid, soddisfatti a metà. Si deve essere consapevoli che se forse tra gli sprinter, nessuno è stato bravo in questa stagione come Elia Viviani, nelle gare a tappe non possiamo scaldarci esclusivamente al talento e ai trascorsi di Vincenzo Nibali. Si dovrà pensare anche e soprattutto, a tutelare al meglio e favorire il recupero di Fabio Aru. Ma, al contempo, essere anche lucidi nel valutare che quanto ad ambizioni nelle grandi gare a tappe, non si intravede assolutamente niente all’orizzonte. Purtroppo, in questo contesto, il cambio generazionale vale per gli altri, non certo per noi.

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