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Giro 2019: qualche dubbio tra tanta compiacenza

Un Giro che sembra accontentare tutti. Gli scalatori, che nel vedere segnalati 47.000 metri di dislivello, non possono tirarsi indietro dai sogni rosa; i passisti, che con una tendenza ormai in voga a misurare col contagocce i chilometri da destinare alle prove contro il tempo, devono prendere atto che con i 58,500 chilometri affidati alle crono individuali, l’edizione 102 del Giro d’Italia ha in effetti raddoppiato la quota messa a disposizione dal prossimo Tour de France per tale disciplina. Per concludere con i velocisti, ai quali bene o male il tracciato sembra offrire almeno 6 frazioni che potrebbero diventare anche 8 se le loro squadre saranno capaci di tenere cucita la corsa.
Tutto questo per sostenere che gli ingredienti ci sono tutti e sebbene il percorso della nostra corsa più amata fosse stato annunciato da tempo sui social e nei vari forum, i presupposti per attenderci una corsa entusiasmante e ricca di spettacolo non mancano di certo. Che fare allora? Ci associamo al coro degli elogi, in attesa di approfondire in epoche future maggiori dettagli che potranno scaturire da un’analisi più accurata, o proviamo a individuare pecche e a sollevare perplessità? Così, per il gusto di andare contro corrente.
Niente di tutto questo. Bene restare con i piedi per terra e avere in mente sempre e comunque ciò che amava sostenere l’ultimo grande saggio del nostro ciclismo. Quell’Alfredo Martini che nel tessere sicuri elogi a un percorso che dopo un paio d’anni d’oblio, tornerà a tenere conto della sua Toscana, avrebbe ammonito nella sua disamina, ricordando che in fondo “le corse le fanno sempre i corridori”. Questo, per precisare che se il Giro 2018 è stato molto avvincente e pieno di colpi di scena, si deve ringraziare chi ha inteso interpretarlo privilegiando l’agonismo al tatticismo esasperato, che troppo spesso va affliggendo il ciclismo moderno. Simon Yates e Chris Froome furono gli interpreti principali di tale filosofia.
Il terreno non manca affinchè si possa sperare che certe tendenze vengano ripetute. Basta considerare la crono inaugurale di Bologna, diversificata nettamente tra l’inizio pianeggiante e urbano, con il finale sulle impegnative asperità della Collina di San Luca. Una frazione che costringerà gli scalatori a uscire subito allo scoperto. Anche la discesa verso il punto più a Sud, che sarà toccato in occasione dell’arrivo a San Giovanni Rotondo, non sembra offrire sfacciatamente frazioni di puro trasferimento. Ci saranno le occasioni per i velocisti, questo è certo. Occasioni però che non arriveranno da sole, con estrema facilità. Tra tante insidie proposte dal percorso, potrebbero nascere colpi di mano difficili da contenere.
La crono di San Marino potrebbe rappresentare il punto di svolta. La seconda prova contro il tempo anticiperà due frazioni pianeggianti dopo le quali la corsa rosa avrà svolto più della metà delle sue frazioni e si avvierà verso la seconda parte, che concedendo pochi attimi di respiro, proporrà percorsi impegnativi che dalle Alpi Occidentali, le montagne della Val d’Aosta e i valichi storici della Valtellina (Gavia e Mortirolo), andranno a interessare le Dolomiti della Val Pusteria, del Trentino e del Bellunese. Per dedicare poi la giornata dell’apoteosi a Verona. Città storica del Giro d’Italia, che saprà certamente garantire un epilogo adeguato. In tendenza con una tradizione che ha visto consumare ai piedi dell’Arena, i successi di Francesco Moser, Giovanni Battaglin e Ivan Basso.

Dubbi e perplessità? Proprio nessuno? Un paio su tutti. Al Sud mancherà il Giro, ma forse di più, al Giro mancherà il Sud. È chiaro che situazioni di particolare impegno logistico rendono praticamente impossibile che la corsa rosa possa prendere sempre e comunque in considerazione, ogni anno, almeno una delle due nostre Isole maggiori. Resta il fatto però, che escludere anche Calabria, Basilicata e non prevedere nemmeno un arrivo in Campania, può rappresentare uno scempio eccessivo. Il Sud è in grado di offrire sempre percorsi interessanti. Il calore del pubblico del Meridione è qualcosa del quale la nostra corsa più importante non può fare a meno. Se il ciclismo è per sua natura uno sport itinerante, un racconto variegato di 21 giornate di gara, non può limitare a questa terra soltanto un capitolo e mezzo.

L’altro punto di domanda può essere rappresentato, per assurdo, dall’effettiva difficoltà del percorso. Siamo sicuri che sia sempre valida e riscontrabile l’equazione secondo la quale quanto più sono accentuate le difficoltà, tanto più sarà garantito lo spettacolo? La Vuelta insegna che frazioni brevi, con le asperità inserite soprattutto nella parte finale della tappa, finiscono con l’assicurare quasi sempre agonismo ed emozioni. Al contrario, può capitare molto spesso che i tanti metri di dislivello concentrati in un’unica frazione, facciano propendere gli attesi protagonisti ad eccedere nell’attendismo. Non sarebbe un gran bel vedere, se tutti i corridori di classifica transitassero tutti insieme, all’inseguimento dei carneadi di giornata, in vetta al Passo Gavia. Una montagna storica per il Giro, che proprio nell’edizione 2019 rappresenterà la Cima Coppi.

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