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Dylan Groenewegen trionfa a Parigi nel giorno del poker di Chris Froome

Nessuno può mettere in dubbio il prestigio di una vittoria nell’ultima tappa del Tour, sul vialone infinito degli Champs Élysées. Resta però il fatto che molto spesso con l’avvicendarsi dei vari ritiri, il contesto dei contendenti dello sprint risulta essere molto inferiore rispetto a quello proposto nelle prime tappe. Molto spesso pianificate per essere terreno di conquista delle ruote veloci. Precisazione per cui, riconosciuti i giusti meriti al vincitore dell’ultima frazione, l’olandese Dylan Groenewegen, è indubbio che sia stato soprattutto Marcel Kittel con i suoi 5 centri e costretto poi al ritiro a causa infortunio, il vero mattatore tra i velocisti. In sintesi, lo sprint parigino era addirittura da considerare come un tentativo in extremis, per accaparrarsi da parte dei delusi, l’ultima occasione che la Grande Boucle edizione 2017 offriva loro. In effetti, scorrendo l’ordine d’arrivo, alle spalle del vincitore, si possono scorgere i nomi di André Greipel, Edvald Boasson Hagen, Nacer Bouhanni e Alexander Kristoff. Fatta eccezione del norvegese del team Dimension Data, per gli altri 3 corridori si è trattato di un Tour piuttosto anonimo, che non è andato più in là di qualche flebile piazzamento.In Francia però, concludere la corsa è di per sè motivo di grande apprezzamento e pertanto, il solo fatto di essere lì a sfilare in passerella sugli Champs Élysées, rappresenta un risultato di cui andar fieri. Le eventuali valutazioni tecniche devono in questo caso essere relegate a circostanza secondaria, per cui è innegabile che il ventiquattrenne olandese ha scritto la pagina fino ad oggi più importante della carriera.
Il Tour 2007 è stato però soprattutto il Tour del quarto successo del britannico Chriss Froome. Un risultato eccezionale, che ovviamente lancia  il corridore Sky a pianificare l’obiettivo già dal prossimo anno, di raggiungere a quota 5 quei miti assoluti che rispondono ai nomi di Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain. Quello appena concluso è stato l’unico dei  quattro, nel quale Froome non può vantare nessuna vittoria di tappa. Come pure, è quello che ha fatto registrare il gap più basso sul piazzato che, in questo caso, è stato inferiore al minuto. Si può parlare di un Froome sulle difensive, come mai in passato? Può darsi, ma è bene porre però a tale riguardo, le opportune precisazioni. La prima riguarda il fatto che una grande gara a tappe non può prescindere dal proporre almeno 50/60 chilometri a cronometro individuale. Se per la disciplina della cronosquadre i puristi potrebbero anche ipotizzare lo sconvolgimento di un concetto sportivo individualistico, la prova contro il tempo in chiave rendimento personalizzato, rientra a pieno titolo nel concetto di esprimere in una gara a tappe di 3 settimane, una valenza eterogenea e per questo, completa. Questa edizione ha proposto invece circa la metà di quanto sottolineato in precedenza, rinviando tale prova al penultimo giorno di gara. Ciò ha comportato che il britannico rivedesse i propri piani e strategie, privilegiando a livello temporale, il periodo nel quale nelle esperienze pregresse, si era dimostrato meno reattivo e per questo più vulnerabile: l’ultima settimana. Una pianificazione ben congegnata e perfettamente riuscita alla luce di quelli che sono stati i risultati. Alcuni degli avversari principali della maglia gialla, compreso il nostro Fabio Aru, si sono dimostrati in fase calante e costretti a correre sulle difensive.Altri, quali Uran e Bardet che hanno completato il podio parigino, non hanno potuto che procedere attraverso logiche conservative per difendere le loro posizioni.I commenti potrebbero essere allargati a tutta un’altra serie di valutazioni sulle quali si è però già ampiamente dibattuto nel corso dei 21 giorni di gara. Froome rappresenta a tutti gli effetti un degno vincitore. Legittimato da un curriculum che tra i corridori in attività trova pochi eguali. Soltanto Alberto Contador può vantare referenze superiori e più variegate nel suo complesso. Per il campione spagnolo sembra però ormai incominciato l’inesorabile cammino verso il viale del tramonto. L’ultimo vincitore del Tour può vantare 3 anni in meno rispetto allo spagnolo. C’è pertanto da pensare che anche per il futuro, serviranno gambe all’altezza di produrre e ottenere attacchi proficui, piuttosto che ipotizzare repentini cali di rendimento del corridore Sky. Serviranno piuttosto la fantasia e il coraggio. Doti che Contador non ha mai fatto mancare e sulle quali sembrano già oggi orientati corridori ormai più che emergenti quali Mike Landa, Warren Barguil, Romain Bardet e Fabio Aru. Forse davvero, il futuro è già incominciato.

le classifiche:

l’ordine d’arrivo
la classifica generale
la classifica a punti
la classifica degli scalatori
la classifica dei giovani
la classifica a squadre

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